Nel celeberrimo Le sette regole per avere successo Stephen Covey propone un esercizio di visualizzazione piuttosto curioso e provocatorio. Invita il lettore a pensare al proprio funerale e a ciò che diranno amici e parenti di lui in quella occasione. L’intento di Covey è portare l’attenzione sulla nostra mission personale e di suggerire la strategia di cominciare pensando alla fine. La mission rappresenta, infatti, la destinazione verso cui tendiamo, quindi richiede una visione prospettica, richiede la capacità di pensare a ciò che è veramente importante per noi ed è capace di dare un significato al nostro esistere. Avendo in mente la destinazione verso cui tendiamo, possiamo capire in ogni momento se le nostre azioni sono in linea con quella destinazione. Covey scrive: “È incredibilmente facile essere intrappolati in un’attività sbagliata, un’attività fine a se stessa, nel lavorare sempre più duramente per arrampicarsi sulla scala del successo solo per scoprire che è appoggiata al muro sbagliato… Se la scala non è appoggiata al muro giusto, ogni passo che muoveremo non farà che farci arrivare più in fretta nel posto sbagliato. Possiamo essere molto impegnati, possiamo essere molto efficienti, ma saremo anche efficaci solo quando cominceremo pensando con la fine in testa.” il termine mission è molto diffuso in ambito aziendale, dove l’applicazione dei sistemi di qualità l’hanno reso abbastanza comune, quasi fosse roba di esclusiva competenza del management. In realtà Covey precisa che la definizione di una mission attiene alla leadership, più che al management: “Management è salire la scala del successo; la leadership determina se la scala è appoggiata sul muro giusto”. Per aiutare a comprendere meglio la differenza, Covey si serve di una metafora. Immaginate un gruppo di professionisti che creano un sentiero nella giungla a colpi di machete. Sono coloro che agiscono. Quelli che risolvono i problemi. Si aprono la strada nel sottobosco, tagliando arbusti e liane. A seguire arrivano i manager, che affilano i loro machete, scrivono manuali organizzativi e di procedure, implementano programmi per lo sviluppo, introducono tecnologie innovative e fissano orari di lavoro e programmi di svago per i collaboratori. Il leader è quello che sale sull’albero più alto, esamina l’intera situazione e grida: “È la giungla sbagliata!” Ma come rispondono spesso gli impegnati, efficienti lavoratori e manager: “Stia zitto! Noi stiamo facendo progressi”. Come individui, gruppi e società commerciali , spesso siamo così occupati ad aprirci la via attraverso il sottobosco che non ci rendiamo neppure conto di trovarci nella giungla sbagliata… L’efficacia – e spesso la sopravvivenza – non dipende unicamente dalla misura dei nostri sforzi, ma anche dal fatto che gli sforzi da noi compiuti avvengano o meno nella giungla giusta.
E tu sei certo di essere nella giungla giusta?